Udinese-Inter 1-2. La metafora dello specchio.
A forza di sentirsi dire: “che bella che sei, e che brava!” l’Inter ha voluto rispecchiarsi negli enigmatici riflessi della catottrica. E per farlo, e rimirarsi, ha scelto una partita solo apparentemente facile: quella con l’Udinese.
Interpretando la molle figura di Narciso l’Inter, indossando il languidi panni del sottodotato agonismo, si è presentata allo stadio di Udine come finto capro espiatorio, con una settimana di ritardo rispetto ai riti della Pasqua.
L’uomo, il giocatore, davanti allo specchio sa che non si tratta soltanto di ciò che vede, ma anche di ciò che non vede: egli, per così dire, si trova di fronte all’altro che ancora non è, un Inter ancora più perfetta, che lo attende ai limiti dell’esperienza rispecchiarsi e rimirarsi.
Correndo il rischio di perdere.
C’è voluto un caparbio salto di orgoglio e di personalità. E quest’anno l’Inter di orgoglio e personalità ha dimostrato di possederne fino all’ultima goccia di partita, che proprio all’ultimo secondo si risolve in una voluta e cercata vittoria.
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