Empoli-Inter 0-3. Esse est percipi.

Essere è essere percepiti. E l'Inter è percepita (ancora) come una squadra forte, anche se non la più forte. La prova con l'Empoli, avversaria ostica che ben si merita l'epiteto di Malaparte maledetti toscani, doveva dimostrare proprio questo.
 
È la tesi principale di Berkeley, che ha sviluppato la dottrina della conoscenza di Locke giungendo ad affermare che gli atti cognitivi umani si identificano con le sole percezioni dei sensi. Praticamente per esistere una grande squadra di calcio deve o essere percepita come tale oppure essere l'ente attivo che percepisce. 
 
Questa impostazione viene definita dallo stesso Berkeley immaterialismo, nel senso che non esiste distinzione fra le cose reali e cose percepite dal momento che esse coincidono. 
 
E allora, per il momento, accontentiamoci dell'idea che l'Inter dà di sé: grande squadra in grado di tenere testa a tutti, persino all'Empoli, che fa della filosofia ammazza-calcio della difesa catenacciara più torva la propria ragione di vita in Serie A. 
 
Almeno così è come noi la percepiamo.

 

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